«Ho salvato 300 dai nazisti»
 
AREZZO — Alle 15 è nella cappella della Madonna del Conforto, in Duomo, per la preghiera ecumenica della Giornata del Ricordo. «Non voglio mancare - dice - alla commemorazione della Shoah». E fra i tanti radunati in cattedrale non c'è nessuno più di lui, pure malfermo, claudicante, appoggiato a un bastone, che ha diritto di star lì nell'anniversario della liberazione di Auschwitz. Perchè se gli altri possono solo tenere accesa la fiammella della memoria, lui, il professor Ferruccio Arcaini, 88 anni, musicista può dirlo alto e forte, anche se preferisce i toni sommessi: io contro quell'orrore mi sono battuto davvero, io contro quell'orrore ho rischiato la vita, io dall'abisso di quell'orrore ne ho salvati a decine.
E' un personaggio davvero straordinario, il professore, ingobbito dall'età ma ancora fresco e vivace nel ricordo. Il ricordo di quei giorni, quelle settimane, quei mesi, fra il 1943 e il 1945, in cui, in Germania, salvò dalla morte sicura centinaia di persone. Ci ha persino scritto un libro, questo piccolo Perlasca che vive ora a Cortona, questo Schindler minore, per usare la metafora di un film che tutti conoscono, sui due anni trascorsi a cavallo del rasoio, impegnato in un doppio, triplo gioco fra Gestapo, Resistenza tedesca antinazista e servizi segreti americani, in cui in palio c'erano i destini dei tanti che si erano rivolti a lui per avere una possibilità di scampo. Un libro nel quale il professore, per discrezione, non ha voluto nemmeno precisare le cifre della sua «contabilità» della salvezza.
«Fra il '44 e il '45 - spiega ora ma solo dopo molte insistenze - ho aiutato a mettersi al sicuro non meno di trecento persone, a volte anche due o tre al giorno». I particolari sono tutti nel volume autobiografico. «Curly, der professor», si intitola: ricciolino, il professore, per tradurlo in italiano.
Già, «Curly der professor»: lo pseudonimo col quale Arcaini, antifascista da sempre, espulso dal conservatorio per una presunta irriverenza nei confronti di Mussolini, emigrato in Germania con la sua orchestra, disgustato dal nazismo perlomeno a partire dalla «Notte dei cristalli» del 1938, era conosciuto negli ambienti della Resistenza. Ed è appunto sotto tale pseudonimo che in una gelida notte del '44 lo contatta Hans, misterioso personaggio legato forse ai servizi americani: «Vuole il professore far parte della catena che aiuta a mettersi in salvo disertori, prigionieri in fuga dai lager, poveracci che scappano dai campi di lavoro obbligatorio?
Arcaini accetta con una sola condizione: se va male, prendetevi cura di mia moglie (tedesca) e dei miei figlioletti (tre, tutti in tenera età). Poi si mette all'opera. Il sistema era semplice, racconta: »Chi aveva bisogno, si presentava a Rosenheim (50 km da Monaco) nel locale in cui suonavo e sul tavolo mi lasciava un bigliettino con la parola di riconoscimento "Stoccarda". La mattina dopo, l'appuntamento era alla stazione, dove aiutavo il fuggiasco a prendere il treno e lo accompagnavano fino a Innsbruck, adoperando mille espedienti per sfuggire alla Gestapo». Un'altra via di fuga, più scomoda, Arcaini l'aveva realizzata mettendosi d'accordo con due ferrovieri antinazisti: uno scomparto segreto dentro la locomotiva del treno per il Brennero e l'Italia. «A chi voleva aiuto non chiedevo niente. Ancora oggi non ne conosco la nazionalità e la religione. Forse c'erano anche degli ebrei, pur se di ebrei nella Germania del '44 ne erano rimasti davvero pochi».
La rete del professore funziona fin quando, di ritorno da un viaggio a Milano, Arcaini non scopre di essere stato tradito e condannato a morte dai nazisti. Negli ultimi mesi di guerra è costretto lui stesso a nascondersi e fuggire, nonostate la Gestapo tenga sua moglie in ostaggio.
Poi la liberazione, l'arrivo degli americani, i quattro ufficiali dell'esercito Usa che vengono a rendergli omaggio: «Curly, der professor».
Finirà, il professore, a suonare in una mensa ufficiali molto particolare: quella del lager di Dachau, dove ancora si sente l'odore dei forni crematori. La musica che riporta la vita nel campo della morte: quale metafora migliore per ricordare lo Schindler di Cortona?

di Salvatore Mannino

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